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  liberoblog [ Materiali sparsi notturni e del fine settimana ]
         







 
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6 febbraio 2005



Libero Blog chiude, in maniera definitiva.
Gli interessati alle insularità, alle sardità, alle lontananze, sono rimandati al nuovo blog "Passavamo sulla terra leggeri".
Arrivederci

 




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2 marzo 2004

--> TRASFERIMENTO SU BLOGGERS.IT <--

Da oggi il blog si sposta all'indirizzo:

http://liberoblog.bloggers.it

Grazie agli amici de il Cannocchiale per l'ospitalità concessa finora.

Libero Blog




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3 febbraio 2004

La sesta ora - Salvatore Niffoi


























  La sesta ora  
Salvatore Niffoi
Ed. Il Maestrale
Tascabili, pag. 237, euro 10,00


dal cap. 6 - Tidoru e Masedda, le due facce dell'amore

Quelli di Ularzai le mogli le sceglievano guardandole bene oltre il fondale degli occhi. Siccome gli uomini morivano sempre prima, volevano essere sicuri di trovare qualcuno che li assistesse nell’agonia, per quanto breve fosse. L’amore vero lo intendevano di poche parole, molti sguardi e tanti sacrifici. Le donne cincirinella, tutti le desideravano per mettere a correre fantasie sessuali mai domate, ma nessuno le sposava. Le mogli si fruttivano al buio e in silenzio, in un cerimoniale antico che sapeva di mungitura e disegni rupestri. Potevano avere i denti guasti e il viso cotognoso le femmine da sposare: si chiudeva un occhio. L’importante era che avessero la soricona sana, mani buone in cucina e lavatoio, che sapessero coricare il marito dopo una sbronza e non mostrassero il culo manco al dottore.

Gli uomini di Ularzai si ammalavano poco. Lavoravano da quando erano bambini senza fermarsi mai, ma quando si fermavano era per morire, come se avessero cottimizzato con qualcuno la durata della loro esistenza. Bastava una colica, un gonfiore, un mal di cuore, e puff! La vita se ne andava in polvere come quando si schiaccia una vescia secca. Due o tre giorni buttati sulla stuoia o sul letto, e lasciavano questo mondo consapevoli della banalità della morte, dell’inutilità di drammatizzare o stare li pilledda-pilledda, che tanto in eterno non durava nessuno. A farla troppo lunga si soffriva di più e basta. Quelli che sceglievano di morire in modo originale, sbraitando ed esagerando la paura dell’aldilà, a Chirilai, il cimitero, li accompagnavano in pochi. Erano considerati zentedda, gentina di malavida e malamorte.

...




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1 dicembre 2003

---- FABER -- Amico Fragile ----

Tributo a Fabrizio de Andrè
BMG Records - 1993 - cd doppio - 24,90 euro

[LELLA COSTA, FABIO FAZIO, DAVIDE RIONDINO, MICHELE SERRA]

... Questo disco racconta le canzoni di quella indimenticabile serata. Chi c'era, non dimenticherà la gentilezza, la poesia, l'orgogliosa cultura e la rispettosa timidezza. Gli impacci e le lacrime, l'allegria di saperlo mai davvero morto, i fiori, gli abbracci, gli sguardi, la musica. La musica soprattutto.

Noi siamo felici di avere fatto questo disco, di potere raccontare a tutti la musica di quel 12 marzo, farla uscire da quel teatro, da quella piazza, da quella città, vederla e sentirla viaggiare ovunque. Grazie a chi ha cantato, grazie a chi ha ascoltato e ascolterà. Grazie a chi canterà Fabrizio di qui in poi, grazie a Fabrizio che si è fatto cantare da tutti.

[VASCO ROSSI]
Millenovecentosettantacinque, stavo ancora con la Puni, la mia prima moglie e una sera che eravamo a Portobello di Gallura, dove avevamo una casa, fummo invitati in uno di questi ghetti per ricchi della costa nord.
Come al solito mi chiesero di prendere la chitarra e di cantare, ma io risposi: perchè invece non parliamo?
Era il periodo che paolo VI aveva tirato fuori la faccenda degli esorcismi, aveva detto che il diavolo esisteva sul serio, insomma a me questa cosa era rimasta un po' sul gozzo, così ho detto: perchè non parliamo di quello che sta succedendo in Italia?
Macchè, avevano deciso che dovevo suonare, allora mi sono rotto le palle, ho preso una sbronza colossale, ho insultato tutti e sono tornato a casa.
Qui mi sono chiuso nella rimessa e, in una notte da ubriaco, ho scritto Amico Fragile...



















Il ricavato del disco verrà devoluto a progetti di solidarietà sociale.




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20 novembre 2003

Banditi a Orgosolo - Franco Cagnetta

























  Banditi a Orgosolo  

di Franco Cagnetta
2002 – Ilisso Editore Nuoro
(Bibliotheca Sarda n.84)
Riedizione dell’opera Banditi a Orgosolo, Firenze, Guaraldi Editore, 1975. I saggi ed i risultati delle indagini condotte fra il 1950 e il 1954 furono pubblicati con il titolo “Inchiesta su Orgosolo” sulla rivista Nuovi Argomenti nel 1954.


Uno studio attento ed analitico delle forme della “bardana” o razzia orgolese può permettere di mettere in evidenza elementi che si devono far risalire non alla struttura economica e sociale della “grande famiglia”, ma piuttosto al ciclo anteriore dei “cacciatori”. Al tempo stesso, può porre in rilievo che la serie dei reati connessi non possono catalogarsi tra quelli di “delinquenza comune”.
La larghezza e l’intensità dell’esercizio della “bardana” devono farla ritenere invece un “istituto” sociale discendente dalle origini, sopravvissuto in questo paese.
Alla “bardana” innanzitutto – elemento che sorprende chi si avvicini al problema – prendono parte non delinquenti comuni ed elementi abnormi della società riuniti in “associazioni a delinquere”, ma abitanti del paese di Orgosolo che hanno un normale mestiere e, per tutto il resto, conducono una vita pacifica. Essi non costituiscono una associazione a delinquere o “banda” a carattere stabile, ma soltanto a carattere transitorio. Compiuta la “bardana” essi ritornano alle abituali occupazioni. La “bardana” è per la coscienza comune e per la coscienza “giuridica” locale un lavoro come un altro, un affare qualunque e, per questo aspetto, può essere considerato un fenomeno come per esempio il contrabbando in alcune particolari società di zone di frontiera.
Alla “bardana” in Orgosolo partecipano solo gli uomini (non si hanno notizie di “bardane” fatte da donne) senza limitazioni di età (dall’età puberale a tarda vecchiaia), mestiere, famiglia e classe sociale.
I modi di costituire l’associazione per la “bardana” – a parte la scelta per capacità naturale ed esperienza – son due e si legano alle due grandi classi sociali del paese.
La “bardana” dei “poveri”, organizzata per arricchirsi alle spalle di un “ricco” avviene per “invito”: i promotori invitano i prescelti, generalmente tra i parenti e amici; ognuno provvede per se all’armamento, vitto e mezzo di trasporto; non esiste un vero e proprio capo o si elegge il più anziano, il più capace, ed il più esperto; il bottino viene diviso in parti uguali o proporzionale all’importanza dei membri.
La “bardana” dei “ricchi”, organizzata per aumentare il proprio patrimonio alle spalle di un altro “ricco” avviene per “arruolamento”: i promotori provvedono direttamente, attraverso un loro delegato, ad arruolare gli esecutori, generalmente tra parenti od amici dei delegati. Forniscono l’armamento, il vitto, qualche genere voluttuario come vino e tabacco e, quasi sempre, una quota fissa di ingaggio, il bottino va ai promotori con percentuale ai delegati e, un premio a tutti gli arruolati, uguale o proporzionale alla parte avuta.
L’organizzazione di rapine da parte di “ricchi” è la “bardana” abituale: si può dire che la “bardana” sia in Orgosolo la via maestra della formazione della proprietà.



Nota di Alberto Moravia apparsa come prefazione all’edizione francese.

I pastori di Orgosolo sarebbero dunque un relitto etnico dell’epoca neolitica; e la sua ipotesi che ci troviamo di fronte alla struttura sociale comunemente chiamata della Grande Famiglia è certo affascinante, come è affascinante l’altra ipotesi che istituti come quello della “bardana” e della vendetta traggano la loro origine dal fatto che il popolo di Orgosolo fosse in tempi remoti un popolo di “cacciatori e raccoglitori”; così che la insensibilità degli orgolesi nei riguardi del carattere criminale di quegli istituti si dovrebbe interpretare come naturale fedeltà a remote tradizioni ancestrali. Ma tutto questo forse non ci commuoverebbe né ci sembrerebbe così drammatico se lei non avesse messo di fronte a questa povera ma autentica civiltà dell’età della pietra il mondo moderno rappresentato, ahimè, dallo Stato Italiano.





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1 ottobre 2003

Nascita e morte di un'impresa in 42 lettere - Pier Luigi Celli

tratto da:

  Nascita e morte di un'impresa in 42 lettere  
di Pier Luigi Celli
2003 - Sellerio editore Palermo
(Il divano - 213)
8 euro

Presentazione

Quando una storia finisce, quasi mai si è disposti a metterci mano prima che sia passato del tempo. Troppo è, in genere, il carico di immagini che essa si trascina e scarsa la disponibilità a guardare con il necessario distacco.

Eppure ci sono vicende collettive che rischiano di andare perdute se affidate alle singole memorie, perdendo quell'alone di complicità e le sfumature di sapori e di umori che solo fotografati all'istante consentono poi ad altri di capire quanto è realmente accaduto.

E' per questa ragione che abbiamo voluto consegnare al ricordo, senza mediazioni, la storia di Ipse e la sua breve stagione.

Noi tutti, che vi abbiamo preso parte, conserviamo la sensazione acre e impotente che ti dà un'occasione perduta, lo sgomento per aver avuto a portata di mano un successo possibilie che poi, inspiegabilmente, si trasforma in sconfitta.

Qui, attraverso le lettere inviate periodicamente a tutti i dipendenti, si può cogliere l'odore eccitante della crescita, l'angoscia dell'attesa di decisioni mai maturate altrove, il declino della speranza e, infine, la morte dell'avventura.

Un destino beffardo e pressochè incomprensibile, se si tiene conto di quanti soldi hanno investito gli azionisti per allestire una squadra che poi è stata bloccata negli spogliatoi nel momento stesso di scendere in campo.

Evocare Kafka, o il Buzzati del Deserto dei Tartari, consente appena di immaginare il filo di ansia rappresa, quella nausea che blocca ogni centro vitale di fronte a minacce che incombono senza difesa possibile, e i tempi lunghi, dilatati oltre ogni rassegnata disponibilità a sopportare, cui sono stati condannati i seicento dipendenti di Ipse.

Se volessimo azzardare una analisi di carattere sociologico dovremmo fare i conti con le miserie di un capitalismo, insieme, arrogante e pasticcione, pressapochista oltre ogni decenza e avezzo alle furbizie del piccolo cabotaggio senza orizzonti.

Dovremmo parlare (e sarebbere un lungo capitolo) dell'inaffidabilità di analisti e di strateghi finanziari, con la loro irresponsabilità vergognosa nel segnare le sorti di imprese che sono fatte di sudore e fatica, a fronte della loro asettica, falsa neutralità.

Ma non è questo lo spirito di questo racconto.

Qui si narra la storia di come può nascere dal nulla un'impresa, di come si impara a stare insieme in allegria, e di come si può essere «condannati a morte» senza colpa.

E' solo un trancio di vita, di quelli forse memorabili solo per chi li ha vissuti e ne porta le ferite.

Eppure, nella sua perversa esemplarità, anche un modo per testimoniare ad altri la felicità di una breve stagione e il monito sugli incubi di un capitalismo senza ideali e senz'anima.

Ipse ha ballato una sola estate.

Noi non vogliamo scordare quanti hanno danzato con noi.




 




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22 luglio 2003

Il mare intorno - Giulio Angioni
























tratto da:

  Il mare intorno  
di Giulio Angioni
2003 - Sellerio editore Palermo
9 euro

Dice che c’era questo pescecane, nel mare in terraferma. Capita in quei mari. Un pescecane già famoso, il campione mondiale si credeva.
—Ma tu lo sai cosa bisogna fare per essere il campione mondiale?—, gli ha chiesto un giorno una murena, così, tanto per abbassargli un po’ le pinne.
—Be’, che cosa?—.
—Vendere la cosa più inutile a chi ne ha meno bisogno—.
La cosa più inutile a chi ne ha meno bisogno? Boh, è una parola. Poi però ci pensa. Ci pensa e s’invoglia. E alla fine decide: di vendere una maschera antigas, residuato di guerra, l’altra guerra, e di venderla a un muggine di stagno.
Siccome sanno tutti che i muggini migliori sono qui, nel nostro stagno, il pescecane se ne viene dritto dalle nostre parti. Imbocca lo stagno al canale dragato di fresco, rallenta, si fa piccolino, placido e mansueto, poi si guarda intorno, e al primo muggine che passa offre la maschera antigas: —Oggigiorno tutti i muggini di stagno in Continente portano una maschera antigas—, gli dice.
—E che cos’è?—.
—Serve a respirare più pulito—.
—Io già respiro bene e anche pulito—.
—E se l’acqua si sporca?—.
—Be’, qui l’acqua è pulita—. E schizza via.
Il pescecane aveva un tale accento forestiero, troppo, da non fidarsi, sennò l’avrebbe anche comprata, quella maschera, perché i muggini, specialmente di stagno, sono curiosi. Non se n’è fatto nulla, né con lui né con altri pesci dello stagno. Il pescecane è andato a Marceddì. Ma neanche lì ha trovato un compratore. Torna a Santa Gilla. Niente. Allora si è guardato bene tutto attorno. E ci ha pensato su. Molto profondamente.
Qualche giorno dopo ha fatto venire avvocati e tirapiedi e li ha mandati alla Regione.
Dopo tre mesi ha cominciato a fabbricare uno stabilimento che pareva una città, proprio in riva allo stagno.
E incominciano a uscire fanghi e acque marce. La luna non riusciva più a specchiarsi nello stagno, pareva un fuoco fatuo in cimitero.
I pesci non sapevano che fare.
E il muggine che aveva rifiutato la maschera antigas dal pescecane va e lo cerca e subito lo trova: —Ce l’hai ancora quella maschera antigas?—.
—No, quella l’ho già venduta a una murena—.
—Perché qui adesso servirebbe—.
—Ce n’ho giusto un’altra bella e nuova, costa tanto giusto perché sei tu—.
—Io soldi non ne ho—.
—Eh, ci arrangiamo. Tu vieni a lavorare alla mia fabbrica, ti pago e comperi le maschere che vuoi—.
E così fa. E come lui molti altri pesci. Lungo le strade d’acqua dello stagno adesso c’erano foto di belle mugginesse in maschera antigas.
E un giorno tempo dopo viene in visita da queste parti un muggine di un altro stagno, da certi suoi parenti. E appena arriva guarda a bocca aperta questa nuova moda. E i mugginetti discoli dietro a canzonarlo: —Vergogna, è senza maschera!—.
Ne ha comprato una anche lui, per non fare figura di arretrato, e anche perché ce n’era bisogno. Il giorno che è partito, finiti i convenevoli, gli è venuto da chiedere ai parenti: —E a proposito di rinnovamenti forestieri, che cosa producete in questo fabbricone che vi fa tanto superbi?—.
—Nel mio reparto fibbie, dice uno—.
—Cinghie nel mio, fa un altro—.
—Nel mio reparto filtri—.
—E nel mio guarnizioni—.
Nessuno lo sapeva veramente. Ma incominciarono a chiederselo. E così un giorno il sindaco dello stagno va in delegazione da grande pescecane, che li riceve in pompa magna, gentile e premuroso. Poi il sindaco va al punto, rigirando il berretto fra le mani: —Noi qui… noi qui si vorrebbe sapere… ci siamo appunto chiesti… che cosa si produce nello stabilimento, qui, di vostra signoria?—.
—Maschere antigas—, risponde allegro il pescecane, —si, maschere antigas, per la vostra salute—.




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22 luglio 2003

Nike

Nike. Il gioco e la vittoria
Anfiteatro Flavio (Colosseo), Roma
dal 4 luglio 2003 al 7 gennaio 2004













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5 luglio 2003

Il viaggio di un giorno - Gianmaria Testa

Dentro la tasca di un qualunque mattino
Gianmaria Testa (link al sito internet)













Dentro la tasca di un qualunque mattino
dentro la tasca ti porterei
nel fazzoletto di cotone e profumo
nel fazzoletto ti nasconderei

Dentro la tasca di un qualunque mattino
dentro la tasca ti nasconderei
e con la mano, che non veda nessuno
e con la mano ti accarezzerei

Salirà il sole del mezzogiorno
passerà alto sopra di noi
fino alla tasca del pomeriggio
ti porto ancora
se ancora mi vuoi

Salirà il sole del mezzogiorno
e passerà alto, molto sopra di noi
fino alla tasca del pomeriggio
dall'altra tasca ti porto
se vuoi

Dentro la tasca di un qualunque mattino
dentro la tasca ti porterei
col fazzoletto di seta e profumo
col fazzoletto ti coprirei

Dentro la tasca di un qualunque mattino
dentro la tasca ti nasconderei
e con la mano, che non veda nessuno
e con la mano ti accarezzerei
e con la mano, che non veda nessuno
con questa mano ti saluterei.




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5 luglio 2003

Neo Vs. Architetto

L'unica parte (forse) da salvare in Matrix Reloaded. 


Architetto: salve Neo

Neo: lei chi è

Architetto: io sono l'Architetto, ho creato io Matrix, ti stavo aspettando... Tu hai molte domande sebbene il tuo processo abbia alterato la tua coscienza, resti irreversibilmente umano. Ergo alcune delle mie risposte potrai comprenderle, altre no. Concordemente malgrado la tua prima domanda possa essere la più pertinente, potresti renderti conto o non renderti conto che essa è anche la più irrilevante.

Neo: Perchè mi trovo qui?

Architetto: la tua vita è il prodotto di un residuo non compensato nel bilanciamento delle equazioni inerenti alla programmazione di Matrix. Tu sei il risultato finale di un'anomalia che nonostante i miei sforzi sono stato incapace di eliminare da quella che altrimenti è un'armonia di precisione matematica. Sebbene resti un problema costantemente arginato essa non è imprevedibile pertanto non sfugge a quelle misure di controllo che hanno condotto te, inesorabilmente, qui.

Neo: non ha risposto alla mia domanda.

Architetto: giusto, è vero... interessante, sei stato più veloce degli altri.

(i vari Neo nei monitor "quali altri"?)

Architetto: Matrix è più vecchia di quanto tu immagini, io preferisco contare partendo dalla comparsa della prima anomalia contando fino al manifestarsi della successiva. Questa è la sesta versione.

Neo: ci sono solo due possibili spiegazioni: o nessuno me l'ha mai detto, o nessuno lo sa.

Architetto: precisamente. Come ora stai senza dubbio intuendo, l'anomalia è sistemica, e crea pericolose fluttuazioni anche nelle più semplici equazioni.

(i vari Neo nei monitor sclerano dicendo una marea di cose diverse)

Neo: la scelta, il problema è la scelta.

Architetto: La prima Matrix che disegnai era assolutamente perfetta, un'opera d'arte, impeccabile, sublime. Un trionfo eguagliato soltanto dal suo monumentale fallimento. L'inevitabilità del suo destino mi è ora evidente quale conseguenza dell'imperfezione intrinseca dell'essere umano, perciò la riprogettai basandomi sulla vostra storia, per rispecchiare con accuratezza le espressioni grottesche della vostra natura; tuttavia, venni ancora frustrato dal fallimento. In seguito giunsi alla conclusione che la risposta mi sfuggiva perchè esigeva una mente inferiore, o se vogliamo una mente meno vincolata della mia a parametri di perfezione. Tant'è che la soluzione fu trovata per caso, da un altro programma intuitivo, inizialmente creato per indagare su alcuni aspetti della psiche umana. Se io sono quindi il padre di Matrix, lei è senza dubbio alcuno sua madre.

Neo: l'Oracolo....

Architetto: ...ti prego!!! (con aria di scherno). Come ho detto lei trovo' per caso una soluzione graazie alla quale il 99% dei soggetti testati accettò il sistema a condizione di avere una scelta, anche se la consapevolezza di tale scelta era a livello quasi inconscio. Benchè la trovata funzionasse era fondalmentalmente difettosa, dato che di fatto generava quella contraddittoria anomalia sistemica, che se non controllata poteva minacciare il sistema stesso, ergo, coloro che lo rifiutavano, e parliamo sempre di una minoranza, lasciati senza controllo potevano costituire una crescente probabilità di disastro.

Neo: qui sta parlando di Zion...

Architetto: tu ora sei qui perchè Zion sta per essere distrutta. Ogni suo abitante sarà sterminato, ogni suo abitante sarà sterminato, l'esistenza stessa della città sarà cancellata.

Neo (e tutti i Neo nei monitor): st****ate!!!

Architetto: il rifiuto è la più prevedibile di tutte le reazioni umane. Comunque sia sta tranquillo, questa sarà la sesta

volta che siamo costretti a distruggerla, e ormai siamo diventati oltremodo efficienti nel farlo.

(scene di combattimento di Trinity Vs Agente Johnson)

Architetto: la funzione dell'Eletto è quella di tornare alla Sorgente, permettendo una temporanea distribuzione del codice di cui sei portatore e il ripristino del programma originale. Dopo ti verrà chiesto di selezionare dall'interno di Matrix 23 individui, 16 femmine 7 maschi per ricostruire Zion. La mancata ottemperanza a questo processo provocherà un cataclismico crash del sistema che ucciderà chiunque sia collegato a Matrix, cosa che abbinata all'annientamento di Zion sostanzialmente causerà l'estinzione dell'intera razza umana.

Neo: non vi conviene, non lo permetterete, gli esseri umani vi servono per sopravvivere.

Architetto: esistono livelli di sopravvivenza che siamo preparati ad accettare. Tuttavia la questione più rilevante è se tu sei pronto ad accettare la responsabilità per la morte di ogni essere umano di questo mondo.

... è interessante osservare le tue reazioni. I tuoi cinque predecessori erano di proposito costruiti intorno alla comune attribuzione di una sensibilità positiva, allo scopo di creare un profondo attaccamento al resto della tua specie per facilitare il compito dell'Eletto. Ma se gli altri vivono questo attaccamento in modo generico, la tua esperienza a riguardo è molto più specifica dato che coinvolge... l'amore.

(Neo vede nei monitor Trinity)

Neo: Trinity!

Architetto: a proposito, è entrata in Matrix per salvarti la vita a costo della sua (sorride).

Neo: no....

Architetto: il che ci porta infine al momento della verità in cui la vostra fondamentale imperfezione finalmente si manifesta e l'anomalia può rivelarsi nella sua doppia veste di inizio e di conclusione. Ci sono due porte: la porta alla tua destra conduce alla Sorgente e alla salvezza di Zion, quella alla tua sinistra riconduce a Matrix, a lei e alla tragica fine della tua specie. Come tu hai ben riassunto, il problema è la scelta.

Ma noi sappiamo già quello che farai, non è vero? Già intravedo la reazione a catena: precursori chimici che segnalano l'insorgenza di un'emozione disegnata appositamente per soffocare logica e ragione, un'emozione che già ti acceca e ti nasconde la semplice ed ovvia verità: lei è condannata, sta per morire, e non c'è niente che tu possa fare per impedirlo.

(Neo si dirige verso la porta di SINISTRA)

Architetto (un'espressione compiaciuta gli si disegna sul volto...): la speranza! la quintessenziale illusione umana e al tempo stesso la fonte della vostra massima forza e della vostra massima debolezza....

Neo: se fossi in lei spererei di non dovermi reincontrare....

Architetto (con un ghigno beffardo): ...non accadrà.




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